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Associazione Alzheimer Svizzera - Sezione Ticino

La “pancetta” è sotto accusa - di Simona Calmi

Da: Il Caffè, "Salute e Benessere", edizione 2008-04-27

Avere la “pancetta” a quarant’anni aumenta il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer dopo i settanta. Sotto accusa ancora una volta il girovita, considerato un vero e proprio indicatore dello stato di salute e già messo in relazione con il rischio di malattie cardiovascolari, ictus e diabete.
E adesso con varie forme di demenza. A sostenere il legame con il ventre sporgente sono stati alcuni ricercatori della Kaiser Permanente Division of Research di Oakland, in California, che hanno pubbicato i risultati di uno studio condotto su 6.583 persone sulla sulla rivista di settore Neurology. “Questa è la prima volta che una ricerca mette in relazione l’obesità centrale nella mezza età con la demenza da anziani” ha affermato Rachel Whitmer, coordinatrice del progetto, dove “obesità centrale” è il termine usato dagli specialisti per indicare l’eccesso di grasso addominale. 
Tutti i partecipanti arruolati dagli esperti erano californiani che all’inizio della ricerca avevano 40-45 anni. I ricercatori hanno misurato le dimensioni dell’addome registrando il cosiddetto diametro addominale sagittale (che misura la pancia partendo dal davanti e andando indietro e non è facilmente traducibile nel girovita, afferma la Whitmer). Un valore uguale o superiore a 25 centimetri riflette un eccesso di grassi ed è stato considerato “elevato” dai ricercatori. 
I partecipanti sono stati tenuti in osservazione per una media di 36 anni. A fine studio è emerso che, fra tutti i pazienti monitorati, 1.049, quasi il 16 per cento, avevano sviluppato il morbo di Alzheimer o altre forme di demenza all’età di 70 anni. E dall’analisi dei dati gli studiosi hanno potuto accertare che i pazienti che avevano un girovita superiore alla media intorno ai 40 anni correvano un rischio tripli di sviluppare forme di demenza rispetto ai soggeti senza o quasi “pancetta”.
“Non è solo una questione di peso” ha spiegato Rachel Whitmerl “il fattore di rischio principale è dove sono localizzati i chili in più. Se consideriamo due persone entrambe in sovrappeso di 4,5 chilogrammi, chi li porta sul sul ventre corre più rischi di chi invece li porta sui fianchi”.
E non si deve pensare, poi, che la questione interessi solo le persone in sovrappeso, perché, i ricercatori hanno individuato numerose persone normopeso che presentavano un accumulo eccessivo di grasso nella regione addominale. È tuttavia vero che il peggior scenario individuato dagli esperti riguarda i casi di persone obese con molto grasso addominale. “Essere obesi e avere molta pancia” ha infatti concluso la ricercatrice “aumenta il rischio di demenza di 3,6 volte”.
Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza tra le persone anziane e molti scienziati stanno cercando di capire quali siano le cause e i fattori di rischio di questa malattia.
Sebbene lo studio californiano dimostri un legame tra grasso addominale e demenza, il team di ricercatori auspica che ulteriori studi riescano a comprendere quali meccanismi di base colleghino le dimensioni dell’addome al rischio di sviluppare questo tipo di malattie.



Messaggio inviato il: 30.04.2008 - 09.31.37

Associazione Alzheimer Svizzera - Sezione Ticino

Chi combatte l’Alzheimer
Dall’Istituto di Ricerca in Biomedicina al Politecnico di Losanna: lo studio coordinato da Maurizio Molinari

Marco Blaser
Bellinzona, via Vincenzo Vela numero 6. Nel palazzo, a suo tempo occupato dalla Swisscom oggi ha sede l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) al quale so­no rivolte le speranze degli oltre 5000 malati di Alzheimer della Svizzera italiana.
In uno dei laboratori del quar­to piano opera il gruppo di ricer­catori guidato dal professor Maurizio Molinari; qui è stata sviluppata una linea di ricerca che ha portato alla caratterizza­zione di anticorpi che impedisco­no la formazione delle placche di amiloide, responsabili della de­generazione e della morte delle cellule cerebrali e quindi dello sviluppo della demenza sensile associata alla malattia di Alzhei­mer. La malattia venne identifi­cata un secolo fa, correva il 1907, dal medico tedesco Alois Alzhei­mer. Maurizio Molinari, titolare della ricerca di base, ha ora affi­dato gli esperimenti su animali alla squadra del professor Aebi­scher del Politecnico federale di Losanna. È quindi sulle rive del Lemano che vengono seguiti i processi evolutivi o involutivi della malattia nei topolini e che vengono valutati i benefici dei trattamenti effettuati con gli an­ticorpi sviluppati dallo scienziato ticinese. Il siero ferma la forma­zione delle placche che sono al­l’origine del calo delle funzioni cerebrali e quindi della perdita della memoria, del pensiero, del­l’interesse, della capacità d’orien­tamento, della percezione del dolore. I risultati positivi ottenuti aprono concrete speranze per la lotta contro l’Alzheimer, una ma­lattia strisciante sempre più dif­fusa soprattutto nel mondo occi­dentale dov’è particolarmente elevata la longevità. Solamente il 5% dei casi, infatti, è dovuto a un processo ereditario.
Nel 2006 l’autore della ricerca ha ottenuto il premio Friedrich Miescher della Società Svizzera di Biochimica. Ha poi fatto se­guito, l’anno successivo, il presti­gioso riconoscimento AETAS. In­fine, nello scorso mese di genna­io, Molinari ha ottenuto la «no­mination » per lo Swissaward 2007 nella categoria «Società».
Questo luganese tutto d’un pezzo, a Bellinzona si trova be­ne. Sposato con Carmela, padre di tre figli, ha 42 anni. Va al lavo­ro in bicicletta, dalla sua casa di via Pizzo di Claro fino a via Vin­cenzo Vela impiega meno di cin­que minuti. Prima di varcare l’in­gresso dell’IRB getta un’occhiata al Castelgrande, poi sale con pas­so veloce al quarto piano per raggiungere il laboratorio.
Fra provette, microscopi, frigo­riferi per la conservazione dei sieri, delle proteine e delle cellu­le, lavora il suo gruppo di sette ricercatori, tra questi anche la moglie Carmela, impegnata ri­cercatrice e sua coscienza critica. Oggi Molinari, grazie alla impor­tante ricerca in corso si è conqui­stato una vasta fama internazio­nale, che ha contribuito a porta­re nel mondo il nome dell’Istitu­to bellinzonese, diretto dal pro­fessor Antonio Lanzavecchia.

   

Capire, conoscere, mai mollare

I INTERVISTA
A colloquio con il professor Maurizio Molinari dell’IRB.
Lei attualmente è sulla cresta del­l’onda. Ha sempre pensato di di­ventare ricercatore?
– Non proprio. Ora che ci pen­so devo ammettere che da giova­ne studente rimasi affascinato dai telefilm della serie del dottor Quincy. Può darsi che sia stato quel personaggio ad avviarmi, nel subcosciente, verso la medicina. Erano gli anni in cui le iscrizioni venivano condizionate dal nume­ro chiuso. Per non perdere tempo optai quindi per le scienze natu­rali. Feci poi la tesi in biochimica applicandomi successivamente nello studio delle malattie neuro­degenerative. Imparai contempo­raneamente a muovermi nel mondo scientifico, a capire l’im­portanza della comunicazione in­terna fra ricercatori e il ruolo che hanno le pubblicazioni speciali­stiche. Mi appassionai alla ricerca in laboratorio dedicandomi alla ricerca di base, alle cellule, alle proteine, ai processi di vita ana-l­izzati attraverso il microscopio. Ebbi un generoso riscontro. Un giorno il professor Ari Helenius, di cui ero assistente a Zurigo, mi consigliò di assumere, in prima persona, la guida di un progetto di ricerca: la sollecitazione mi venne fatta in sintonia con il varo dell’IRB che mi riportò in Ticino.
A Bellinzona Molinari iniziò la ricerca di base. Fra gli obiettivi venne definita anche la modalità per impedire la formazione della sostanza all’origine della degene­razione delle cellule cerebrali e quindi di arrestare la formazione delle microscopiche placche che, depositandosi nel cervello, sono all’origine della demenza senile e più precisamente dell’Alzheimer. Il curriculum vitae di Maurizio Molinari si è quindi rapidamente rimpolpato. Oggi si estende su ol­tre 14 pagine che raccolgono i ti­toli delle sue pubblicazioni e la presenza, in veste di relatore, a numerosi importanti simposi per riferire sui risultati scientifici otte­nuti.
Professor Molinari, secondo lei quali peculiarità deve avere un ricercatore per raggiungere il suc­cesso nel suo lavoro?
– Non credo che ci siano carat­teristiche specifiche. Per svolgere questo lavoro bisogna ovviamen­te essere animati da una forte mo-t­ivazione con l’aggiunta di una in­crollabile pazienza, di perseve­ranza come pure di una buona dose di curiosità. Nel mio caso so­no peculiarità già emerse da ra­gazzo, quando molto spazio del mio tempo libero era dedicato al­la pesca. I miei attrezzi li lasciavo alla Lanchetta, a Cassarate. Vi tr­a-scorrevo ore e ore in attesa che un pesce, un coregone o una trota di lago, abboccasse. Talvolta mi ca­pitava poi di avvertire il bisogno di capire come funziona l’orga­ni-smo di un pesce ispezionando il suo corpo. Ecco: mi ha sempre s­ti-molato non essere precipitoso, poter dare sfogo alla curiosità, ab­binando il tutto al piacere di af­frontare l’ignoto. Va aggiunta an­che la predisposizione verso una sana competizione fra ricercatori.
Mi piace peraltro scambiare, con i colleghi sparsi ovunque nel mon­do, le informazioni sui risultati raggiunti. Insomma un ricercato­re deve voler capire, conoscere e mai mollare anche quando il ri­sultato si fa attendere.
Lei segue la sperimentazione sui topolini bianchi che si svolge a Losanna?
– Ci vado periodicamente per rendermi conto dei progressi fat­ti. Ma non è una presenza regola­re. I passi compiuti sono comun­que significativi. In una delle spe­rimentazioni, i topolini colpiti da una malattia molto simile all’­Al-zheimer vengono fatti nuotare in una piccola piscina alla ricerca di una zattera. Dopo un certo tem­po, riescono, stanchi, esausti a raggiungere la meta dove si rip­o-sano. L’operazione si ripete av­viando la cura con il siero che fe­r-ma la formazione delle microsco­piche placche. È anche attraverso simili prove, impostate sulla ca­pacità d’orientamento, che si pos­sono valutare gli effetti positivi che il siero può avere sulla memo-r­ia.
È logico che il topolino am­malato non memorizza il luogo in cui si trova la zattera, quello so­t-toposto alle cure ritrova invece gradualmente il senso d’orient­a-mento a conferma della validità della terapia.
E le prove sull’uomo, sui pa­zienti?
– I dati definitivi degli esper­i-menti sugli animali verranno rac­colti nel corso del 2009. Solo allo­ra si valuterà se e con quale meto­dologia si potrà trasferire nella clinica questo nuovo approccio.
Sono comunque momenti emozionanti. Lei li vive con una certa ansia?
– È inevitabile. Ma cerco di ra­zionalizzare sia i progressi sia le inevitabili battute d’arresto.
Tiene quindi sotto controllo le sue emozioni?
– Mi arrangio. È comunque una componente del mio carattere. L’unica vera e propria manifesta­zione ansiogena me la procura la fase che precede un volo. Devo confessare che non mi piace sali­re su un aereo. Se non è assolut­a-mente necessario rinuncio a invi­ti e trasferte che implicano un vo­lo. Inoltre non sono fatto per par­tecipare a cerimonie o spettacoli ed eventi. Mi creano inutili ten­sioni e mi fanno vivere male.
Fra le sue passioni giovanili mi ha segnalato la pesca. Ha conser­vato i passatempi preferiti?
– Anche i ricercatori sono esseri umani. Ho infatti sempre subito una forte attrazione per l’acqua, il lago, il mare. Devo quindi ammet-t­ere che a Bellinzona mi manca il lago. A Cassarate lo avevo a pochi passi da casa. Nella darsena ho ancora la barca. Purtroppo esco soltanto poche volte all’anno mentre la pesca è passata in se­condo piano. Ora il tempo libero lo dedico alla famiglia. Mia mo­glie ed io consideriamo l’armonia con i nostri tre figli Michela, Fili­p-po e Davide un’assoluta priorità.
E il suo futuro professionale?
– Il lavoro non si ferma: la no­stra ricerca di base si articola su diversi progetti. Cerchiamo, per esempio, anche di individuare le cause che sono all’origine di nu­merose altre malattie che colpi­scono non solo gli anziani ma an­che i giovani, come la fibrosi cis­ti-ca o mucoviscidosi e alcuni tipi di tumore. Siamo convinti che la r­i-cerca permetterà un giorno di sconfiggerle o almeno di miglio­rare notevolmente la qualità di vi­ta dei malati. M.B.



Messaggio inviato il: 21.03.2008 - 14.52.49

Associazione Alzheimer Svizzera - Sezione Ticino

Oggi segnaliamo un interessante editoriale di Marco Trabucchi sul Gatto Oscar, all'indirizzo http://www.grg-bs.it/editoriali/detail.php?id=36 sul sito del Gruppo ricerca geriatrica.

New England Medical Journal (NEMJ) è il più prestigioso strumento di comunicazione in ambito medico, ed anche il più paludato, perché non ha ancora raggiunto Lancet o il British Medica Journal nel trattare gli argomenti di studio e ricerca in modo colloquiale e semplice. Per questo motivo ha fatto particolare impressione l’articolo comparso sul numero del 26 luglio, riguardante la storia di un gatto che “lavora” in una casa di riposo del Rhode Island.
L’argomento è stato ripreso anche da molta stampa laica, perché ha destato interesse il fatto che un gatto fosse in grado di predire la morte degli ospiti di una casa di riposo, con grande precisione, esercitando una funzione pronostica altamente apprezzata dal personale per mettere in atto i provvedimenti necessari. Inoltre il gatto svolge la funzione di accompagnatore silenzioso e dignitoso dei momenti ultimi di molte persone (25, come riferito nell’articolo)...



Messaggio inviato il: 13.02.2008 - 21.28.02

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Definito il “piano d’azione Alzheimer” in Francia

In Francia, per il volere del presidente Nicolas Sarkozy, è stato precisato un “piano d’azione Alzheimer” che punto molto sulla ricerca, su consiglio della commissione operativa che ha proposto una cifra di 50 milioni di Euro, pari a un Euro per ogni cittadino francese.

Si tratta del terzo progetto francese dal 2001. Il presidente Nicolas Sarkozy ha indicato che la lotta alla Malattia di Alzheimer è prioritario, a fronte dell’invecchiamento della popolazione, con un’incidenza dell’uno % della Malattia, per oltre 600'000 casi.



Messaggio inviato il: 20.11.2007 - 08.57.23

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La depressione potrebbe essere associata a un progressione più rapida della malattia di Alzheimer

Uno studio pubblicato a febbraio del 2006 dagli Archives of General Psychiatry ha concluso che le persone con una storia di depressione maggiore rischierebbero maggiormente una diagnosi di malattia di Alzheimer. Oltre tutto, le persone sofferenti di una depressione presenterebbero una compromissione cognitiva progressiva più rapida.

Studi precedenti avevano già associato la depressione allo sviluppo della malattia di Alzheimer. In effetti, ambedue queste malattie colpiscono la memoria associata ai lobi temporali. La depressione è parimenti accusata di produrre l’atrofia dell’ippocampo. Nel nuovo studio, dei ricercatori della Mount Sinai School of Medicine di New York hanno comparato 44 cervelli di persone colpite dalla malattia di Alzheimer e con una storia di depressione a 51 casi di persone che invece non avevano sofferto della depressione. È quindi risultato che le persone con un’anamnesi di depressione presentavano maggiormente i tipici segni organici della malattia di Alzheimer. Le misurazioni delle abilità cognitive in vita avevano altresì evidenziato che le persone sofferenti di depressione mostravano uno sviluppo più rapido dei sintomi della demenza di coloro che invece non avevano la depressione.



Messaggio inviato il: 19.10.2007 - 09.09.28

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Un’ulteriore conferma delle virtù della cucina mediterranea nel favorire lo stato di salute giunge anche in merito alla Malattia di Alzheimer.

L’ultimo numero della rivista „Neurology“, dell’American Academy of Neurology nordamericana. Ha pubblicato recentemente uno studio del Columbia University Medical Center di New York che, dopo aver seguito per quatto anni e mezzo 192 newyorkesi anziani, ha rilevato uno statisticamente rilevante beneficio per la speranza di vita degli anziani americani che si sono orientati alla dieta mediterranea. Da quanto indicato dal ricercatore Nikos Scarmeas, l’effetto sembra essere maggiore, maggiore è l’aderenza ai principi della dieta mediterranea.

Nel prossimo futuro, i ricercatori studieranno le correlazioni eventuali o possibili tra questa dieta e il declino delle capacità cognitive. A seguire.

 

Per chi sa l’inglese:

Nikolaos Scarmeas, MD, Jose A. Luchsinger, MD, Richard Mayeux, MD and Yaakov Stern, PhD: Mediterranean diet and Alzheimer disease mortality, NEUROLOGY 2007;69:1084-1093



Messaggio inviato il: 24.09.2007 - 08.28.38

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 La perdita di peso nelle donne potrebbe anticipare una demenza

Uno studio dei ricercatori della Mayo Clinic a Rochester, Minnesota/USA recentemente pubblicata sulla rivista scientifica dell’American Academy of Neurology ha indicato nelle conclusioni che le donne che soffrono di demenza hanno evidenziato, già da 10 a 20 anni prima dell’effettiva diagnosi medica, un significativo calo del peso corporeo.

Secondo David Knopman (knopman@mayo.edu, Department of Neurology, Mayo Clinic College of Medicine, 200 First Street SW, Rochester, MN 55905) l’autore dello studio, un’ipotesi esplicativa riguarda una possibile crescente apatia negli stadi iniziali della malattia, assieme alla perdita dell’olfatto. Ciò che potrebbe averle portate a curare meno la propria alimentazione, fino a saltare i pasti. In effetti, questo fenomeno non si presenta nel caso degli uomini che, per degli aspetti culturali, solitamente non cucinano personalmente ma vengono serviti dalla coniuge o da altri parenti.

Questi dato contaddicono quindi l’ipotesi che il sovrappeso sia un fattore di rischio per lo sviluppo della demenza, anche se, notoriamente, il sovrappeso è dimostratamente associato al diabete, all’ipertensione e ai disturbi cardiovascolari che sono notoriamente dei fattori di rischio per la demenza.

 

D. S. Knopman, MD, S. D. Edland, PhD, R. H. Cha, MS, R. C. Petersen, MD, PhD and W. A. Rocca, MD, MPH: Incident dementia in women is preceded by weight loss by at least a decade, Neurology 2007 69: 739-746

Background: Although several studies reported weight loss preceding the onset of dementia, other studies suggested that obesity in midlife or even later in life may be a risk factor for dementia.

Methods: The authors used the records-linkage system of the Rochester Epidemiology Project to ascertain incident cases of dementia in Rochester, MN, for the 5-year period 1990 to 1994. The authors defined dementia using the criteria of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, fourth edition (DSM-IV). Each case was individually matched by age (±1 year) and sex to a person drawn randomly from the same population, and free from dementia in the index year (year of onset of dementia in the matched case). Weights were abstracted from the medical records in the system.

Results: There were no differences in weight between cases and controls 21 to 30 years prior to the onset of dementia. However, women with dementia had lower weight than controls starting at 11 to 20 years prior to the index year, and the difference increased over time through the index year. We found a trend of increasing risk of dementia with decreasing weight in women both at the index year (test for linear trend; p < 0.001) and 9 to 10 years before the index year (test for linear trend; p = 0.001).

Conclusions: Even accounting for delays in diagnosis, weight loss precedes the diagnosis of dementia in women but not in men by several years. This loss may relate to predementia apathy, loss of initiative, and reduced olfactory function.



Messaggio inviato il: 27.08.2007 - 22.58.51

Associazione Alzheimer Svizzera - Sezione Ticino

In Svizzera vi sono circa 96 000 persone affette da demenza. La metà di essi vive al domicilio. Nel canton Zurigo se ne contano attualmente 16280, con un aumento annuo di circa 4000 unità. Il Zentrum für Gerontologie dell’università di Zurigo ha avviato uno studio di valutazione della qualità e la costituzione della rete relazionale in collaborazione con la sezione zurighese dell’Associazione Alzheimer Svizzera e la fondazione Cité Jardin.

Lo studio esaminerà 200 fuochi ospitanti delle persone affetta da demenza. Verificherà in particolare la qualità della vita dei malati e dei loro curanti principali, al fine di individuarne i fattori determinanti principali.

 

Riferimenti:

Zentrum für Gerontologie der Universität Zürich www.zfg.uzh.vh

Caroline Moor (responsabile del progetto) c.moor@zfg.uzh.ch

 



Messaggio inviato il: 23.08.2007 - 22.55.38

Associazione Alzhiemer Svizzera - Sezione Ticino

Il vecchietto dove lo metto?

Dove lo metto, non si sa...

 

Certo ricorderete la canzone ironica di Domenico Modugno degli anni Ottanta. Ma se il problema effettivamente si pone sempre più a fronte dell’aumento degli anziani (stanno andando in pensione i figli del baby boom), la situazione per quella parte degli anziani che sfortunatamente è affetta dalla Malattia di Alzheimer è invece drammatica.

Cosa fare, come fare? In molti si pongono la domanda e le riflessioni vanno in direzioni diverse. C’è chi pensa agli aspetti organizzativi, chi a quelli architettonici e chi a quelli gestionali e relazionali. Alla base e di fondo c’è però sempre lo spettro del calcolo finanziario e dell’impegno economico.

A fronte dei dubbi, delle resistenze e reticenze, c’è chi si orienta anche verso l’estero. Conosciamo infatti le offerte agli anziani confederati da parte di case per anziani nei paesi dell’est, con prestazioni organizzate su misura a costi inferiori di quanto in Isvizzera si potrebbe proporre. Vi è però chi ha addirittura organizzato delle case per anziani in luoghi esotici.

Nel 2006, la televisione della Svizzera tedesca (SF1) ha prodotto un documentario dedicato proprio a uno di questi esempi. Il documentario “Der Lauf des Lebens” presenta una casa per anziani confederati in Tailandia, seguendo la storia di una signora affetta dalla Malattia di Alzheimer. Esso è stato nuovamente mandato in onda lunedì scorso e verrà replicato sabato 30 giugno (ore 13:10, SF1).

Lo raccomandiamo anche a coloro che non conoscono la lingua e a coloro che invece la conoscono bene, suggeriamo di abbassare il volume e GUARDARE !



Messaggio inviato il: 26.06.2007 - 22.07.37

Associazione Alzheimer Svizzera - Sezione Ticino

 SINTOMI PSICHIATRICI E RISCHIO DI ALZHEIMER

Predictors of progression from mild cognitive impairment to Alzheimer disease

Palmer K, Berger AK, Monastero R, Winblad B, Backman L, Fratiglioni L.
Neurology. 2007;68:1596-602.

I sintomi psichiatrici, in particolare depressione ed ansia, sono molto frequenti nei pazienti con decadimento cognitivo lieve (MCI), ma non è ancora chiaro se essi rappresentino una causa indipendente di decadimento cognitivo, se siano legati alla presenza del processo neurodegenerativo in atto o se siano una reazione al deterioramento cognitivo. Uno studio longitudinale svedese ha seguito per 3 anni un gruppo di 185 anziani non dementi e uno di 47 pazienti con MCI di età comprese tra i 75 e i 95 anni ponendo particolare attenzione alla presenza di sintomi psichiatrici, che sono stati distinti in sintomi depressivi, sintomi motivazionali (perdita di interesse) e sintomi d’ansia. I risultati hanno dimostrato che i pazienti con MCI hanno una maggiore prevalenza di tutti e tre i tipi di sintomi psichiatrici rispetto agli anziani normali (36% vs 18% per la depressione, 47% vs 25% per l’ansia). La presenza di sintomi d’ansia raddoppia il rischio di sviluppare Alzheimer nei pazienti con MCI (RR 1.8 per ogni sintomo d’ansia aggiuntivo), mentre negli anziani sani è la presenza di sintomi depressivi a raddoppiare il rischio di sviluppare Alzheimer. Lo studio suggerisce che i sintomi d’ansia potrebbero essere un sintomo reattivo alla fase iniziale del decadimento cognitivo, mentre i sintomi depressivi potrebbero rappresentare un segno preclinico di Alzheimer legato alla neuropatologia della malattia, essendo presenti in persone senza ancora un evidente decadimento cognitivo. Ulteriori studi dovranno confermare l’importanza dei sintomi psichiatrici nell’identificare i soggetti a rischio di sviluppare demenza.

 

Predictors of progression from mild cognitive impairment to Alzheimer disease. Neurology. 2007 May 8;68(19):1596-602.

Aging Research Center, Karolinska Institutet, Stockholm, Sweden. katie.palmer@ki.se

OBJECTIVE: To determine the occurrence of neuropsychiatric symptomatology and the relation to future development of Alzheimer disease (AD) in persons with and without mild cognitive impairment (MCI). METHOD: We followed 185 persons with no cognitive impairment and 47 with MCI (amnestic and multidomain), ages 75 to 95, from the population-based Kungsholmen Project, Stockholm, Sweden, for 3 years. Three types of neuropsychiatric symptoms were assessed at baseline: mood-related depressive symptoms, motivation-related depressive symptoms, and anxiety-related symptomatology. AD at 3-year follow-up was diagnosed according to Diagnostic and Statistical Manual for Mental Disorders-III-R criteria. RESULTS: Psychiatric symptoms occurred more frequently in persons with MCI (36.2% mood, 36.2% motivation, and 46.8% anxiety symptoms) than in cognitively intact elderly individuals (18.4% mood, 13.0% motivation, and 24.9% anxiety). Of persons with both MCI and anxiety symptoms, 83.3% developed AD over follow-up vs 6.1% of cognitively intact persons and 40.9% persons who had MCI without anxiety. Among persons with MCI, the 3-year risk of progressing to AD almost doubled with each anxiety symptom (relative risk [RR] = 1.8 [1.2 to 2.7] per symptom). Conversely, among cognitively intact subjects, only symptoms of depressive mood were related to AD development (RR = 1.9 [1.0 to 3.6] per symptom). CONCLUSIONS: The predictive validity of mild cognitive impairment (MCI) for identifying future Alzheimer disease (AD) cases is improved in the presence of anxiety symptoms. Mood-related depressive symptoms (dysphoria, suicidal ideation, etc.) in preclinical AD might be related to the neuropathologic mechanism, as they appear preclinically in persons both with and without MCI.

PMID: 17485646 [PubMed - in process]



Messaggio inviato il: 18.05.2007 - 14.07.01

 
 
 
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